Quanto stiamo perdendo del bello della moto

Antonio Vitillo
Pubblicato il 16 settembre 2026, 09:26 (Aggiornato il 16 settembre 2026, 08:32)
C'è stato in tempo in cui una moto era relativamente poco. Due ruote, un motore con su un serbatoio, un telaio, un manubrio. La moto era perciò leggera, concettualmente agile, relativamente semplice da usare, prima ancora che da guidare. Ti esponeva all'aria, alla pioggia, al caldo e al freddo e, soprattutto, metteva in contatto diretto il motociclista con la strada.
Non era necessariamente veloce. Non era particolarmente confortevole. Non aveva bisogno di essere capace di fare tutto. Ma aveva una cosa che forse oggi rischiamo di considerare meno importante: un minimalismo che le dava un'identità precisa.
Sempre più moto, sempre più "cose"
Le motociclette moderne sono, sotto quasi ogni aspetto, migliori di quelle del passato. Frenano meglio, hanno ciclistiche più efficaci, motori più potenti ed efficienti, sono più affidabili e, grazie all'elettronica, possono essere molto più sicure. Spazziamo il campo dall’attribuire alla tecnologia di essere un problema.
Il dubbio potrebbe però nascere sulla quantità di tecnologia che stiamo mettendo dentro una moto. E ciò che comporta.
Oggi una motocicletta può avere piattaforma inerziale, ABS cornering, controllo di trazione, mappe motore, diversi livelli di freno motore, riding mode, sospensioni elettroniche, quickshifter, cruise control, radar e sistemi capaci di intervenire continuamente sul comportamento della macchina.
Sono strumenti straordinari. Ma c'è una differenza fra una moto che offre al pilota la possibilità, e il piacere, di scegliere fra le varie dinamiche di guida possibili e una moto che gli chiede continuamente di definire come deve comportarsi.
Fatte salve le regolazioni di base, come al precarico delle sospensioni o alla distanza delle leve dalle manopole, un tempo una moto si doveva soprattutto guidare. Oggi, sempre più spesso, bisogna anche configurarla. E non tutti siamo in grado di intervenire sfruttando completamente la sofisticatezza delle regolazioni ai vari sistemi elettronici.
La rincorsa alla moto totale
Il fenomeno commerciale delle crossover è forse la rappresentazione più evidente di una trasformazione concettuale. La loro versatilità porta a fare una riflessione sulla specificità che, in origine, era distinzione, era manifestazione di personalità, tuttavia significava essere motociclisti. Non automobilisti.
Il successo delle crossover è comunque comprensibile: una sola moto può essere comoda nel quotidiano, efficace sul misto in collina, abbastanza stabile e veloce in autostrada, adatta al viaggio. E poi è utilizzabile in coppia e, almeno in parte, pronta anche a percorrere eventuali strade bianche.
Ma proprio per questo deve essere necessariamente più complessa. E, in alcuni casi più grande, più strutturata.
È difficile fare contemporaneamente una sportiva, una turistica, una moto da città e una macchina capace di affrontare strade dissestate senza dover aggiungere qualcosa alla motocicletta.
Così la moto cresce di elementi strutturali e peso. Crescono le prestazioni e, con esse, la necessità di controllarle.
E la leggerezza, che per decenni è stata uno dei valori fondamentali della motocicletta, non ha più la sua importanza originale.
Meglio leggera o pesante? Gira pagina
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